Sindrome di Marinesco-Sjögren. Identificata una potenziale terapia

Bloccare un enzima rallenta la morte dei neuroni del cervelletto e migliora la funzione motoria in un modello animale di questa rara malattia neurologica dell’infanzia: i risultati vengono da uno studio realizzato dall’IRCCS – Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Chieti-Pescara. Lo studio è stato possibile grazie a un finanziamento della Fondazione Telethon

Uno studio, realizzato dall’IRCCS – Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, in collaborazione con l’Università degli Studi “G. D’annunzio” di Chieti-Pescara, ha identificato un potenziale trattamento farmacologico per la sindrome di Marinesco-Sjögren, una rara malattia genetica altamente invalidante causata da mutazioni del gene SIL1.

«Il gene SIL1 – spiega Roberto Chiesa, responsabile del laboratorio di Neurobiologia dei Prioni dell’Istituto Mario Negri che ha coordinato lo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Human Molecular Genetics – è importante per il ripiegamento e trasporto delle proteine destinate alla membrana cellulare o a essere esportate all’esterno della cellula. In questa malattia SIL1 è difettoso e le proteine si accumulano all’interno della cellula attivando un segnale di stress che, se non viene risolto o contrastato, porta la cellula a ‘suicidarsi’. Un enzima, la chinasi PERK, media proprio uno di questi segnali di stress. Abbiamo quindi deciso di verificare se un farmaco sperimentale in grado di bloccare l’attività di PERK avesse effetti protettivi in un modello animale della malattia – il topo woozy – che riproduce le caratteristiche principali della malattia, cioè la degenerazione del cervelletto e dei muscoli scheletrici, e sviluppa nel tempo un’andatura traballante».

L’idea che bloccare PERK potesse funzionare «era supportata da esperimenti fatti utilizzando un modello cellulare della malattia, che dimostravano che l’inibizione di PERK ripristinava almeno in parte il trasporto delle proteine nella cellula», osserva Michele Sallese, dell’Università degli Studi “G. D’annunzio” di Chieti-Pescara che ha collaborato allo studio.

«Somministrando l’inibitore di PERK ai topi woozy siamo riusciti a ritardare la degenerazione dei neuroni e l’insorgenza dei sintomi clinici, con un miglioramento della funzione motoria che si è protratto nel tempo” – aggiunge Chiesa, con una nota di cautela: “Il farmaco sperimentale che abbiamo utilizzato ha alcuni effetti indesiderati, in particolare sulla funzione del pancreas. Tuttavia sono già in sperimentazione composti più sicuri – alcuni dei quali già usati per altri scopi nell’uomo – che sembrano avere la stessa capacità di inibire PERK e produrre effetti benefici in modelli murini di malattie da prioni – la “mucca pazza” per intenderci –, e che vorremmo provare nei topi woozy».

La sindrome di Marinesco-Sjögren è una malattia estremamente rara – in Italia vi sono pochi pazienti i cui familiari hanno dato vita all’Associazione gli Amici di Matteo. I bambini affetti da questa sindrome hanno difficoltà nel coordinare i movimenti e parlare, debolezza muscolare che impedisce loro di sostenersi e camminare in modo autonomo, ipogonadismo, cataratta congenita e disabilità mentale. Questi sintomi appaiono nei primi anni di vita ed evolvono rapidamente fino a stabilizzarsi, consentendo una durata di vita pressoché normale. Pertanto una terapia che prevenga o rallenti l’evoluzione della malattia avrebbe un impatto enorme sulla qualità di vita dei pazienti.

Fonte: Vita.it

NUOVE RACCOMANDAZIONI PER SCLEROSI SISTEMICA

La Lega Europea contro il Reumatismo (European League Against Rheumatism: EULAR) ha aggiornato una precedente edizione, che risaliva al 2009, delle Raccomandazioni per la cura della sclerodermia o sclerosi sistemica

Il gruppo di esperti che ha steso le Raccomandazioni era costituito da: 32 specialisti della sclerodermia, o sclerosi sistemica, di Europa e Stati Uniti, 2 persone affette dalla malattia, nominate dall’associazione europea dei malati di sclerosi sistemica, da 1 esperto di epidemiologia e da 2 giovani ricercatori. Va sottolineata la partecipazione dei malati a un progetto di questo tipo, perché valorizza il loro ruolo nella scelta delle soluzioni terapeutiche. Tutti i Centri della EULAR sono stati invitati a proporre e a selezionare domande relative alla cura della sclerodermia, sono stati definiti 46 quesiti riguardanti la gestione clinica della malattia, facendo riferimento alla letteratura scientifica sull’argomento. Le nuove Raccomandazioni prodotte sono basate sulle evidenze disponibili e sono state condivise in un Documento di Consenso ottenuto applicando un metodo specifico denominato Delphi. In complesso, sono state formulate 16 Raccomandazioni, rispetto alle 14 del 2009, che forniscono indicazioni sulla cura di molte alterazioni provocate dalla sclerodermia, dal Fenomeno di Raynaud, alle ulcere delle dita, all’ipertensione delle arterie polmonari, ai danni ai polmoni e alla pelle, ai problemi a carico dei reni, fino al coinvolgimento dell’apparato gastrointestinale. Per quanto riguarda i farmaci, vengono citati, fra gli altri: gli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5, per la gestione del Fenomeno di Raynaud e delle ulcere alle dita e farmaci come riociguat e gli analoghi della prostaciclina e gli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 per il controllo dell’ipertensione delle arterie polmonari. Sono state aggiunte, inoltre, Raccomandazioni per l’uso della fluoxetina per la cura del fenomeno di Raynaud e per l’esecuzione di trapianti di cellule staminali, nei malati con un’evoluzione della malattia più rapida e grave.

Le nuove Raccomandazioni della EULAR sulla cura della sclerodermia sono derivate da dati e basate sul consenso fra gli esperti, e sul contributo dei malati, e hanno due obiettivi: quello di indirizzare gli specialisti verso gli approcci più efficaci e quello di promuovere nuove ricerche che raccolgano evidenze utili per la pratica clinica.

fonte FONDAZIONE Cesare Serono

Le Microangiopatie nella Pratica Clinica

La principale causa di microangiopatie è il diabete mellito (eccesso di glucosio nel sangue), in cui si può avere l’infiltrazione di glicoproteine (normali proteine del siero alterate dall’eccesso di glucosio) nei vasi molto piccoli. Esiste probabilmente una predisposizione genetica allo sviluppo di microangiopatia.

 

Al momento dell’esordio, la microangiopatia è solo funzionale, caratterizzata da un aumento della portata ematica e da una maggiore permeabilità dei vasi interessati. In seguito, la parete del vaso si deteriora e i tessuti vascolarizzati risultano male ossigenati.

 

La microangiopatia è un fenomeno generalizzato, ma le sue conseguenze sono particolarmente gravi a livello della retina, del sistema nervoso e dei reni. Questa patologia comporta infatti retinopatia diabetica, che provoca alterazioni della retina e può portare a cecitàpolineurite (lesione di più nervi periferici); nefropatia glomerulare (danno del glomerulounità di filtrazione del rene, possibile causa di insufficienza renale). La microangiopatia può anche provocare ipertensione arteriosa. La gravità di questa malattia è legata all’importanza e alla durata dell’iperglicemia (livelloeccessivamente alto di glucosio nel sangue) causale.

Non esiste un trattamento specifico per la microangiopatia.

L’unico metodo di prevenzione efficace consiste nel rigoroso controllo della glicemia, attraverso una dieta adeguata o con insulinoterapia (iniezioni di insulina).

FONTE: starbene.it

COSA SONO LE MALATTIE RARE

Per malattie rare si intendono tutte quelle patologie che hanno una casistica inferiore a 5 casi ogni 10.000 persone.
Queste patologie sono molto numerose.
In Italia sono circa 7.000 e in questi ultimi tempi ne sono state scoperte altre che dovranno essere inserite nell’elenco delle malattie rare, sembrerebbero essere altre 109.
Sono patologie potenzialmente letali,croniche e debilitanti con elevato grado di complessità.
La maggior parte di esse sono di origine genetica ,comprendendo anche rare forme tumorali, malattie auto-immuni,malformazioni congenite, patologie di origine infettiva e tossica .
Queste malattie richiedono uno studio e un approccio con il paziente molto complesso e spesso non è facile identificarle da subito, occorre appunto uno studio approfondito del paziente per stabilire la diagnosi e la cura della malattia individuata.
Per giungere alla diagnosi di una malattia rara è necessario formare ed informare i medici di base che sono i primi professionisti a cui il paziente si rivolge, non appena avverte qualsiasi sintomo di malattia. Il medico di base deve essere in grado di individuare o di diagnosticare un sospetto di malattia rara ed indirizzare i pazienti in centri specializzati.
Non tutte le malattie rare sono mortali e quindi è necessario attivare interventi specifici per migliorare la qualità della vita e potenziare l’aspetto socio-economico dei pazienti che ne sono colpiti.
Le malattie rare si manifestano in diversi modi e in diverse età. La metà delle malattie rare compaiono alla nascita o durante l’infanzia,l’altra metà si manifestano in età adulta. La gran parte delle malattie rare sono di origine genetica ma possono anche essere attribuite al risultato dell’esposizione ambientale durante la gravidanza o durante particolari fasi della vita,spesso in presenza di particolare suscettibilità genetica.
(Notizie acquisite dall’Istituto Superiore di Sanità)

malattie neurodegenerative

Le malattie neurodegenerative costituiscono un insieme di patologie caratterizzate da un’irreversibile e progressiva perdita di cellule neuronali in determinate aree del cervello.
Le patologie rientranti nel gruppo delle malattie neurodegenerative sono diverse e, per molte di esse, le cause di insorgenza sono ancora poco chiare.
Ad ogni modo, si ritiene che nello sviluppo delle malattie neurodegenerative vi sia il coinvolgimento di più fattori, che concorrono l’uno con l’altro nel dare origine alla patologia. Fra questi fattori, spiccano certamente quelli di origine genetica ed ereditaria, e quelli di tipo ambientale.
Le malattie neurodegenerative possono manifestarsi in diverse modalità, a seconda dell’area del cervello interessata dalla perdita neuronale e a seconda del tipo di neuroni che vengono colpiti.
Tuttavia, generalmente, tutte queste patologie presentano tre punti in comune:

  • Esordio subdolo e insidioso, poiché nella maggior parte dei casi l’inizio della malattia è asintomatico e i sintomi si manifestano solo in seguito, quando il danno neuronale è piuttosto esteso;
  • Progressione irreversibile, poiché, purtroppo, ancora oggi non esistono cure in grado di arrestare definitivamente le malattie neurodegenerative;
  • Trattamento puramente sintomatico.

Fra le malattie neurodegenerative più conosciute, ricordiamo:

Di seguito, verranno brevemente illustrate le principali caratteristiche delle suddette patologie.

Morbo di Parkinson

Il morbo di Parkinson è una delle malattie neurodegenerative maggiormente conosciute.
Questa patologia si caratterizza per la degenerazione dei neuroni localizzati nella substantia nigra (sostanza nera) del cervello. Più nel dettaglio, tale degenerazione determina una compromissione della capacità di movimento, dando origine a sintomi, quali:

  • Tremore a riposo;
  • Bradicinesia;
  • Alterazione del bilanciamento posturale;
  • Rigidità muscolare.

Nei pazienti malati di morbo di Parkinson si riscontra una carenza del neurotrasmettitore dopamina; per tale ragione, fra i principi attivi maggiormente impiegati nel trattamento di questa malattianeurodegenerativa, vi sono:

Morbo di Alzheimer

Il morbo di Alzheimer è un’altra delle malattie neurodegenerative maggiormente conosciute.
È caratterizzata dall’accumulo anomalo di proteine, come la β-amiloide, che forma delle placche a livello cerebrale, e la proteina tau, che causa la formazione di aggregati neurofibrillari.
La perdita neuronale che caratterizza il morbo di Alzheimer provoca gravi alterazioni delle funzionalità cognitive e, in particolar modo, incide sulla memoria a breve termine, sulla capacità di apprendimento e sulla sfera affettiva del paziente.
I principali farmaci impiegati nella cura del morbo di Alzheimer, sono:

  • Gli inibitori delle acetilcolinesterasi, come il donepezil e la rivastigmina;
  • La memantina (un antagonista non competitivo per il recettore del glutammato, un neurotrasmettitore che si ritiene sia coinvolto nel danno neuronale che caratterizza il morbo di Alzheimer);
  • Vitamine ad azione antiossidante (come la vitamina E), che possono essere efficaci nel contrastare lo stress ossidativo che si genera a livello neuronale nei pazienti malati di Alzheimer.
  • Sclerosi laterale amiotrofica
La sclerosi laterale amiotrofica (anche conosciuta con l’acronimo “SLA”) è una malattia neurodegenerativa che interessa i motoneuroni del sistema nervoso centrale.
Questi neuroni controllano i muscoli; pertanto, un loro danneggiamento può compromettere seriamente tutti i movimenti (inclusa la respirazione), dando origine a sintomi come: difficoltà di deambulazione, difficoltà a deglutire, difficoltà del linguaggio, dispnea e fiato corto, fino ad arrivare all’insufficienza respiratoria.
Attualmente, l’unico principio attivo approvato per il trattamento della SLA è il riluzolo. Questo farmaco agisce riducendo il rilascio di glutammato nel cervello e nel midollo spinale. Infatti, si ritiene che questo particolare neurotrasmettitore possa essere coinvolto nella degenerazione dei neuroni motori che caratterizza questo tipo di malattia neurodegenerativa.

Corea di Huntington

La corea di Huntington è una malattia neurodegenerativa ereditaria.

La malattia in questione insorge a causa della trasmissione di un gene mutato che codifica per la proteina huntingtina (o HTT). La proteina codificata da tale gene, pertanto, risulta mutata e – anche se non si conoscono esattamente i meccanismi con cui ciò avviene – pare sia la responsabile della degenerazione dei neuroni del nucleo caudato che caratterizza questa malattia.
Nei pazienti affetti da malattia di Huntington sono fortemente compromesse le capacità cognitive e motorie. Tale compromissione porta a sintomi quali: cambiamenti d’umore, perdita di memoria, depressione, difficoltà di deambulazione, del linguaggio e della deglutizione.
Fra i diversi farmaci impiegati nel trattamento sintomatico di questa malattia neurodegenerativa, ricordiamo: i farmaci anti-Parkinson, gli antipsicotici e gli antidepressivi.

Demenze

Le demenze sono un gruppo di malattie neurodegenerative tipiche – ma non esclusive – dell’età avanzata. In questo tipo di patologie, il paziente va incontro a un danno neuronale, che porta a un declino delle funzioni cognitive.
Esistono diversi tipi di demenze e il morbo di Alzheimer rappresenta una di queste. Fra le altre forme di demenza maggiormente diffuse, ricordiamo:

La sintomatologia della demenza varia in funzione dell’area di cervello in cui si verifica il danno neuronale, quindi, dipende dal tipo di demenza che ha colpito il paziente. In maniera analoga, anche il tipo di trattamento (comunque sintomatico) dipenderà dalla forma di demenza di cui il paziente soffre.

FONTE my personal trainer

COS’E’ LA SCLERODERMIA

DEFINIZIONE E CLASSIFICAZIONE DELLA SCLERODERMIA
Il termine Sclerodermia significa pelle dura. La sclerodermia viene suddivisa in differenti gruppi in relazione alle caratteristiche cliniche:
Sclerosi sistemica
Sclerodermia localizzata (morfea, morfea generalizzata, sclerodermia lineare)
Sindromi da sovrapposizione (overlap) con altre malattie autoimmuni
Sindromi simil-sclerodermiche causate da agenti tossici o da farmaci
LA SCLEROSI SISTEMICA
Che cos’è (definizione) la sclerosi sistemica?
La Sclerosi sistemica è un disordine generalizzato del tessuto connettivo a etiologia sconosciuta, caratterizzato da alterazioni microvascolari, da anomalie della funzione immunitaria e dalla fibrosi della cute e di altri organi e apparati, come il polmone, il cuore, il rene e il tratto gastro-intestinale.
Chi colpisce (epidemiologia) la sclerosi sistemica?
La malattia colpisce con maggior prevalenza il sesso femminile tra i 40-60 anni.
Tuttavia qualsiasi fascia di età può essere colpita dalla malattia. Essa è rara nei bambini.
Non si dispone attualmente di dati definitivi riguardo l’importanza di fattori genetici anche se la familiarità per malattie autoimmuni e fattori ambientali (cloruro di vinile, solventi organici, bleomicina) possono rappresentare fattori predisponenti. Tuttavia un meccanismo ereditario stretto non è mai stato dimostrato.
Quali fattori determinano (patogenesi) la comparsa della malattia?
Che cosa scateni la malattia non lo sappiamo. Ma possiamo affermare con certezza che non è una malattia contagiosa. Se non abbiamo ancora compreso qual è il fattore determinante nello sviluppo della malattia, sappiamo però quali sono le lesioni d’organo che si sviluppano precocemente e tardivamente. I meccanismi più importanti nello sviluppo e nella progressione della malattia sono essenzialmente tre:
1) Alterazioni del microcircolo (arteriole e capillari) e dell’endotelio (rivestimento interno dei vasi): il danno del microcircolo è la lesione più precoce della malattia e non si limita solo alla cute ma è evidente in tutti gli organi ed apparati (cuore, polmoni, reni, apparato gastroenterico). Il microcircolo è rappresentato da tutti i vasi sanguigni più piccoli del nostro corpo (capillari e arteriole). Il danno dell’endotelio (cioè del rivestimento interno al contatto con il sangue) compromette la funzione del vaso che non è più capace di esplicare la propria funzione, che è di regolare l’apporto di sangue nei distretti corporei in rapporto alla temperatura corporea e alla necessità del momento (ad esempio un muscolo che lavora ha bisogno di più sangue rispetto ad un altro muscolo a riposo). Questa alterazione del microcircolo a livello della cute si manifesta clinicamente con il fenomeno Raynaud (cambiamento del colore delle mani in rapporto a stimoli termici e psichici) e a livello degli altri organi con perdita della funzione.
2) Alterazioni del sistema immunitario: il sistema immunitario, sia nella sua componente cellulare (linfociti) che nella sua componente umorale (anticorpi) è costantemente attivato soprattutto verso antigeni self (cioè proteine del proprio corpo). Questa attivazione determina un accumulo di linfociti attivati nei vari tessuti del corpo ed una aumentata produzione di autoanticorpi (anticorpi anti nucleo, anticorpi anticentromero, anticorpi anti topo isomerasi I, quest’ultimi noti anche come anti-Scl-70), che vengono usati come test di laboratorio per identificare la malattia ma il cui ruolo nello sviluppo della malattia non è chiaro.
3) La fibrosi: è l’evento finale del danno di organi e tessuti. Normalmente nella nostra cute e nei nostri organi sono presenti delle cellule, chiamate fibroblasti, che producono il collageno, una proteina presente in tutti i soggetti normali. Il collageno viene usato dal nostro corpo per riempire gli spazi tra le cellule e perciò fa parte di quella che viene chiamata matrice extracellulare (una sorta di colla tra le cellule). Nella Sclerosi Sistemica la produzione di collageno è aumentata per riempire gli spazi lasciati vuoti dalle cellule distrutte sia dal danno vascolare che dal sistema immunitario. Questa eccessiva deposizione di collageno prende il nome di fibrosi.
Come si manifesta (sintomi) la sclerosi sistemica?
IL FENOMENO DI RAYNAUD
Il termine fenomeno di Raynaud viene utilizzato per descrivere gli episodi di ischemia digitale, secondo una sequenza ben precisa di manifestazioni cliniche: pallore (dita bianche) dovuto a vasocostrizione delle arterie digitali, cianosi (dita blu) dovuta alla presenza di sangue scarsamente ossigenato e infine iperemia (dita rosse) che corrisponde alla risoluzione del vasospasmo digitale con aumento del flusso ematico.
Questa serie di eventi possono essere scatenati dall’esposizione al freddo o da stress emotivi. Sebbene il fenomeno di Raynaud rappresenti il sintomo più frequente e può precedere anche di molti anni lo sviluppo conclamato di malattia e si manifesta nelle donne prima della menopausa (fino al 30%) e viene definito primitivo o idiopatico.
Solo una bassa percentuale (<5%) di pazienti con fenomeno di Raynaud evolve verso la sclerosi sistemica o altra connettivite. Perdita di sensibilità, parestesie (formicolii) e dolore si associano al fenomeno di Raynaud sclerodermico. Tipicamente inizia in una o diverse dita dopo l’esposizione al freddo od a situazioni di stress e quindi si propaga simmetricamente a tutte le dita di entrambe le mani e dei piedi. Il periodo vasospatico dura in genere 10-15 minuti dopo la fine dello stimolo e le dita ritornano di colorito normale, spesso arrossate o chiazzate. In una fase successiva la malattia si manifesta anche con altri segni e sintomi d’interessamento d’organo. Per una corretta valutazione del fenomeno di Raynaud, dopo una accurata visita specialistica, è necessario eseguire sia indagini di laboratorio che indagini strumentali. Le indagini di laboratorio più importanti per distinguere un fenomeno di Raynaud primitivo da uno secondario a Sclerosi sistemica prevede l’esecuzione di: indici di infiammazione (esempio velocità di eritrosedimentazione dei globuli rossi), ricerca su siero di anticorpi specifici di malattia (per esempio anticorpi antinucleo, anticorpi anti topo isomerasi I, anticorpi anticentromero), indici di distruzione muscolare. L’indagine strumentale più importante è rappresentata dalla videocapillaroscopia, che permette di valutare in modo semplice e non invasivo la forma, le dimensioni ed il flusso dei capillari del letto ungueale. Ulteriori informazioni sul flusso ematico digitale possono essere ottenute dalla Laserdopplergrafia a scansione e dalla termofotopletismografia delle mani. Queste ultime due indagini non sostituiscono la videocapillaroscopia ma sono complementari ad essa. Le norme igieniche e comportamentali, come non fumare, tenere le estremità al caldo, fare uso di cappello e guanti nei mesi freddi, evitare l’esposizione al freddo e gli sbalzi di temperatura sono fondamentali nella terapia del fenomeno di Raynaud. La terapia farmacologica, particolarmente durante l’inverno, prevede la somministrazione di farmaci sia per via orale che endovenosa. La nifedipina, assunta per via orale nella formulazione a lento rilascio a dosaggi variabili da 30 a 60 mg al giorno, è il farmaco di prima scelta per la sua azione vasodilatatrice. L’uso di prostacicline (es. iloprost) per via endovenosa si è dimostrato efficace nella terapia del fenomeno di Raynaud. La somministrazione endovenosa prevede l’infusione per 6-8 ore di iloprost al dosaggio di 0.5–2 ng/kg al minuto per 3-5 giorni con una cadenza mensile (variabile a seconda della gravità). Buoni risultati possono essere ottenuti anche dall’applicazione topica di creme a base di nitroglicerina. L’uso di altri farmaci (per esempio ACE inibitori, pentossifillina, antiaggreganti piastrinici e inibitori della fosfodiesterasi-5) non è universalmente accettato. Quali segni si possono vedere a livello della cute? L’indurimento della cute (fibrosi cutanea) è il segno più tipico della malattia. In rapporto all’estensione della fibrosi cutanea la malattia viene classificata in differenti sottotipi: Forma diffusa: la fibrosi può interessare la cute di tutto il corpo. Questa forma si può, ma non in modo esclusivo, associare ad un maggiore coinvolgimento polmonare e alla presenza di anticorpi anti topo isomerasi I. Forma limitata: la fibrosi cutanea interessa il viso e le porzioni più distali degli arti (al di sotto del gomito). Essa, nota anche con l’acronimo di CREST (Calcinosi, Raynaud, Esofagopatia, Sclerodattilia, Teleangectasie), si associa più frequentemente a ipertensione polmonare e alla presenza di anticorpi anticentromero. Forma senza interessamento cutaneo (sine scleroderma): la fibrosi cutanea è assente, ma sono presenti i sintomi a carico degli altri organi. Forma precoce (early): negli ultimi anni si è data notevole importanza alla diagnosi precoce al fine di poter prevenire l’interessamento di organo, spesso assente in questa fase. Per forma precoce si intende la presenza di fenomeno di Raynaud associato ad anticorpi tipici della malattia e alla presenza di una capillaroscopia con chiari segni di danno dei capillari periungueali. Ulcere cutanee: le ulcere sono lesioni necrotiche localizzate, spesso dolorose e invalidanti, a livello della porzione distale delle dita (polpastrelli) e sulle zone di cute sovrastante a prominenze ossee (articolazioni). Esse sono legate all’ischemia (ridotto apporto di sangue durante la fase di pallore del fenomeno di Raynaud) nel caso delle ulcere digitali e ai continui traumatismi nel caso delle ulcere cutanee presenti sulle prominenze ossee. È fondamentale prevenire la formazione delle ulcere usando adeguate norme igieniche e comportamentali, che possono condurre ad un cambiamento dello stile di vita. Prima di parlare della terapia medica e chirurgica delle ulcere è opportuno ricordare alcune regole importanti: indossare sempre indumenti che proteggono dal freddo (per esempio guanti e scarpe adeguate), evitare l’esposizione agli sbalzi di temperatura e all’esposizione al freddo (per esempio introduzione delle mani in acqua fredda o nel frigorifero), lavare le mani con detergenti non irritanti, asciugare subito le mani ed idratarle, abolire il fumo, eliminare gli stress. La guarigione dell’ulcera è ritardata dalla sovrapposizione di infezione, per tale motivo è spesso necessario lavare (usare sempre soluzione fisiologica), disinfettare con agenti che non creano ulteriore danno ai tessuti (può essere usata l’amuchina, ma vanno evitate ad esempio le soluzioni iodate) e medicare le lesioni quotidianamente rimuovendone le escare, il materiale necrotico e la fibrina. L’intera gestione della terapia locale dovrebbe essere affidata a personale infermieristico competente (vulnologo) che sappia utilizzare tutte le tecniche di asepsi e indirizzare il paziente dal chirurgo in caso di necessità. Oltre alle terapie per la prevenzione degli episodi del fenomeno di Raynaud esiste anche una terapia internazionalmente riconosciuta per la prevenzione delle ulcere digitali recidivanti. Quest’ultima si avvale della somministrazione orale del Bosentan. Questo farmaco usato all’inizio per la terapia dell’ipertensione polmonare si è dimostrato efficace in molti studi clinici nella riduzione delle nuove ulcere digitali. Esso viene dispensato gratuitamente dalla ASL di appartenenza dietro prescrizione del Centro di cura. La terapia chirurgica delle ulcere prevede la pulizia della lesione (toilette chirurgica) con sbrigliamento (rimozione del tessuto necrotico) dei margini della lesione. Nei casi che presentano difficoltà di cicatrizzazione si può far ricorso all’applicazione di gel piastrinico e alla chirurgia plastica con innesti cutanei. Tutte le tecniche chirurgiche si avvalgono degli anestetici locali al fine di eliminare il dolore durante il trattamento. Dita a salsicciotto (puffy fingers): tumefazione delle dita delle mani. Questo segno non è caratteristico della sclerosi sistemica ma può essere presente anche in altre condizioni morbose (per esempio altre malattie autoimmuni, artrosi, patologie delle arterie e vene). Sclerodattilia: è la flessione delle dita delle mani con blocco delle articolazioni per eccessivo indurimento della cute (fibrosi). Le articolazioni sono spesso normali, ma la cute dura impedisce i normali movimenti delle dita. Per evitare questa complicazione è importante seguire, su consiglio dello specialista, opportuni movimenti giornalieri, anche con l’ausilio di personale qualificato (esempio fisiatra e fisioterapista). Teleangectasie: sono delle dilatazioni dei vasi cutanei che si manifestano come piccoli punti o macchie rossastre, specie sul viso e agli arti superiori. Le teleangectasie possono essere riscontrate anche in altre malattie ereditarie e in alcuni casi anche in soggetti normali. Nella sclerosi sistemica sono più frequenti nella forma limitata di malattia e possono essere presenti anche nel cavo orale e nello stomaco senza creare problemi per la salute. Calcificazioni (calcinosi): è l’accumulo di depositi di calcio nei tessuti molli di differenti distretti corporei (dita, avambraccio, gomiti, ginocchia, etc). Le calcificazioni sono più frequenti nella forma limitata di malattia ma tendono a comparire, indipendentemente dalla forma di malattia, dopo molti anni dall’esordio. Microcheilia: le labbra appaiono assottigliate. Microstomia: è la ridotta apertura della bocca che può causare problemi nella masticazione. Quali sono i sintomi di interessamento dell’apparato gastroenterico? Dopo il fenomeno di Raynaud e il coinvolgimento cutaneo, l’apparato gastrointestinale è il più comune organo bersaglio della Sclerosi sistemica. La fibrosi e la disfunzione autonomica dei nervi splancnici (fibre nervose che innervano il tubo digerente) dell’apparato digerente determina una diminuzione del tono muscolare e della capacità di contrazione, con conseguente difficoltà nel far progredire il cibo. L’esofageo è il tratto più colpito. La difficoltà ad ingoiare i cibi solidi (disfagia) e i sintomi della malattia da reflusso gastroesofageo (rigurgito, bruciore retrosternale) per incontinenza dello sfintere esofageo inferiore sono i sintomi più evidenti e spesso fastidiosi. Lo stomaco è raramente coinvolto ed i sintomi di interessamento gastrico sono: il senso di sazietà precoce, i dolori addominali, la nausea ed il vomito. L’interessamento intestinale invece è relativamente frequente (45% dei pazienti) e si manifesta con meteorismo, dolori addominali, dispepsia (cattiva digestione) stipsi, diarrea e malassorbimento. Le conseguenze di questi sintomi possono essere perdita di peso e malnutrizione. Le principali indagini strumentali per evidenziare l’interessamento gastroesofageo sono rappresentate dalla esofagogastroduodenoscopia, manometria esoafagea e pH metria esofagea (valutazione dell’entità e degli episodi di reflusso gastroesofageo). L’interessamento del colon può essere evidenziato mediante esecuzione di una colonoscopia sia con metodica tradizionale che virtuale. La terapia dei disturbi gastrointestinali si avvale di misure non farmacologiche e farmacologiche. Tra le prime ricordiamo tutte le norme igienico comportamentali per ridurre i sintomi della malattia da reflusso gastroesofageo: fare pasti piccoli e frequenti, masticare bene gli alimenti, aspettare almeno tre ore dal pasto prima di coricarsi, alzare la testata del letto di almeno 20 cm, non indossare indumenti stretti o che comprimano la vita, evitare di bere e mangiare cibi che aumentano il reflusso (caffè, tè, cioccolato, menta, liquirizia, cibi grassi come formaggi e fritti, bibite gassate, alcool, spremute, tisane, pomodoro, brodo di carne o di dado). È importante evitare il sovrappeso ed aste nersi dal fumo di sigaretta. La terapia farmacologica prevede l’utilizzo di farmaci che riducono la secrezione gastrica (inibitori della pompa protonica), antiacidi (effettuano un’azione tampone locale), pro cinetici (aumentano la motilità gastrointestinale). Nei disturbi intestinali è opportuno assumere fermenti lattici in associazione ad antibio tici intestinali o sistemici per combattere la crescita batterica (overgrowth batterico) a livello colico. Quali sono i sintomi di interessamento del polmone? Sintomi polmonari sono molto frequenti nei pazienti sclerodermici e spesso il solo esame clinico o i comuni esami strumentali falliscono nell’evidenziare una compromissione polmonare. Il sintomo più comune è la dispnea da sforzo (affanno),spesso accompagnata da tosse secca. Le manifestazioni polmonari più tipiche in corso di SSc sono: la fibrosi polmonare e l’ipertensione polmonare. La fibrosi polmonare prevale nella forma diffusa di malattia. Poiché la fibrosi polmonare è preceduta da una infiammazione del polmone (alveolite fibrosante) è importante una diagnosi precoce per instaurare una adeguata terapia immunosoppressiva. Le principali indagini da effettuare nel caso si sospetti un interessamento polmonare sono la TC del torace ad alta risoluzione e le prove di funzionalità respiratorie con misura della capacità di diffusione del monossido di carbonio (DLCO). La radiografia standard del torace è poco sensibile nella valutazione della fibrosi polmonare. La terapia dell’alveolite prevede la somministrazione di ciclofosfamide per via endovenosa o per via orale in associazione con corticosteroidi. L’ipertensione polmonare è caratterizzata da un aumento della pressione nell’arteria polmonare, che porta il sangue dal ventricolo destro ai polmoni. Nella forma limitata di malattia l’ipertensione polmonare indipendente dalla fibrosi polmonare, mentre nella forma diffusa l’aumento della pressione polmonare dipende dalla fibrosi polmonare. La diagnosi di ipertensione polmonare si avvale di un esame di screening rappresentato dall’ecocolordopplergrafia cardiaca che permette una stima indiretta. Nei pazienti con segni ecocardiografici si deve procedere a cateterismo cardiaco destro per avere una stima diretta della pressione polmonare media e per valutare la risposta polmonare all’ossido nitrico (test di vaso reattività polmonare). Nelle forme di ipertensione polmonare non correlate alla fibrosi gli approcci terapeutici sono molteplici e personalizzati in base ad un’attenta valutazione del grado di ipertensione polmonare. Tra i farmaci più usati ricordiamo: i calcio antagonisti, gli antagonisti recettoriali dell’endotelina 1 (per esempio Bosentan), gli inibitori della fosfodiesterasi-5 (ad esempio sildenafil), la prostaciclina per via endovenosa o per via inalatoria (aerosol). Quali sono i sintomi di interessamento del cuore? L’interessamento cardiaco è molto comune nei pazienti con SSc ed è uno dei principali fattori determinanti la sopravvivenza. Nella maggior parte dei casi la cardiopatia è asintomatica o può manifestarsi con dolore toracico e cardiopalmo (extrasistoli). L’interessamento cardiaco in corso di sclerosi sistemica comprende molteplici aspetti: pericardite, fibrosi del muscolo cardiaco e degli apparati valvolari, aritmie, scompenso cardiaco. Esami importanti per evidenziare danno cardiaco sono: elettrocardiogramma standard, ecocardiocolordoppler, elettrocardiogramma delle 24 ore (ECG secondo Holter) per valutare il tipo e l’entità delle aritmie. Non esiste una terapia standar dell’interessamento cardiaco, ma essa va personalizzata in base al tipo di problema esistente. Quali sono i sintomi di interessamento del rene? L’interessamento renale, spesso asintomatico, è evidenziabile con accurate indagini strumentali nel 60% dei pazienti. La manifestazine renale meglio conosciuta è la cosiddetta “crisi renale”, legata anch’essa probabilmente ad alterazioni vascolari tipo il fenomeno di Raynaud renale. L’incidenza di crisi renale sclerodermica è riportata nel 10% dei pazienti con SSc ed è molto più frequente nella forma diffusa di malattia. Per poter cogliere precocemente una eventuale crisi renale è importante eseguire esami ematochimici tradizionali (creatininemia e azotemia), l’esame chimico fisico delle urine, la proteinuria delle 24 ore e il monitoraggio della pressione arteriosa. Fortunatamente l’incidenza si è fortemente ridotta e anche la prognosi è fortemente migliorata grazie soprattutto all’avvento di farmaci antiipertensivi efficaci come gli ACE inibitori e gli antagonisti dell’angiotensina II. Altri esami più complessi ed invasivi (scintigrafia renale e biopsia renale) vanno riservati solo a quei pazienti nei quali si sospetti un interessamento renale da farmaci o di altra natura. Quali sono i sintomi di interessamento articolare? Le artralgie (dolori articolari) sono spesso presenti nella sclerosi sistemica ma in alcuni casi possono essere presenti delle vere e proprie artriti (infiammazione) che richiedono un trattamento farmacologico più aggressivo (farmaci biologici.) Quali sono i sintomi di interessamento muscolare? Le mialgie (dolori muscolari) sono molto frequenti e si associano spesso a stanchezza muscolare (miastenia). In alcuni casi può essere presente una vera miosite con aumento degli indici ematici di danno muscolare (CPK e LDH). La miosite, a differenza delle mialgie, necessita di una terapia con corticosteroidi per bloccare la distruzione muscolare e la successiva fibrosi con perdita di funzione. La fisioterapia attiva e passiva è fondamentale sia nell’interessamento muscolare che articolare al fine di mantenere una corretta attività fisica. Quali sono i sintomi di interessamento delle ghiandole salivari? La secchezza degli occhi (xeroftalmia) e della bocca (xerostomia) sono sintomi molto frequenti e spesso fastidiosi. La secchezza del cavo orale determina una difficoltà nella masticazione e nella deglutizione. Poiché la saliva svolge non solo una funzione di lubrificante ma anche di difensiva contro agenti virali e microbici, la ridotta produzione carie dentarie, periodontiti (infiammazione delle gengive) e stomatiti. Non esistendo una terapia valida per la sindrome sicca, l’uso di agenti lubrificanti e umettanti (lacrime artificiali e umettanti del cavo orale), un’accurata igiene orale, l’uso di acqua durante i pasti, l’allontanamento di sostanze irritanti per il cavo orale (tabacco, cibi piccanti e secchi) rappresentano un ausilio valido per ridurre i sintomi. Nei casi più severi si può ricorrere a farmaci che aumentano la produzione salivare (pilocarpina). GRAVIDANZA Come deve essere affrontata la GRAVIDANZA in corso di Sclerodermia? La gravidanza si configura come “a rischio” (soprattutto per le complicanze ipertensive e renali) e pertanto necessita un accurato monitoraggio materno-fetale. La programmazione del parto deve tenere conto di alcune problematiche come l’ispessimento cutaneo e mucoso che può causare stenosi vaginale e rigidità della cute a livello addominale. In alcuni casi, può essere consigliata l’anestesia peridurale perché provoca un’adeguata vasodilatazione periferica e migliora la perfusione delle estremità. In genere la gravidanza non interferisce con il decorso della Sclerodermia, ma talvolta alcuni disturbi (es. reflusso gastrico, dispnea) possono accentuarsi. E’ importante pianificare la gravidanza quando la malattia è ben controllata, sottoponendosi ad un attento monitoraggio ostetrico e reumatologico per aumentare la probabilità di esito favorevole sia per la madre, sia per il feto. I farmaci che vengono utilizzati nella terapia della Sclerodermia (es. ciclofosfamide) durante la gravidanza debbono essere sospesi e reintrodotti dopo il parto. Quali sono i sintomi di interessamento della sfera sessuale? Nel maschio è stata studiata una ridotta capacità a mantenere l’erezione del pene (disfunzione erettile). La disfunzione erettile inizia precocemente ed è legata a una sorta di fenomeno di Raynaud penieno. Essa non va trascurata perché potrebbe creare problemi psicologici che comprometterebbero la vita di coppia. La terapia della disfunzione erettile si avvale della stessa terapia farmacologica delle altre forme di disfunzione erettile. Gli inibitori della fosfodiesterasi-5 (sildenafil o noto commercialmente come Viagra) sono molto efficaci. SCLERODERMIA LOCALIZZATA Il termine “Sclerodermia Localizzata” (morfea, morfea generalizzata, sclerodermia lineare) indica che tale malattia riguarda esclusivamente la cute, in contrapposizione alla “Sclerodermia sistemica”, che può coinvolgere anche organi interni. Sclerodermia Localizzata e sclerosi sistemica sono due patologie differenti e non vi sono prove scientifiche che dimostrino la possibilità di una evoluzione da Sclerodermia localizzata a sclerosi sistemica. La Sclerodermia localizzata è più frequente nelle femmine rispetto ai maschi e il picco di incidenza si verifica tra i 20 e i 40 anni. La Sclerodermia localizzata, tuttavia, nel 15% circa dei casi si presenta in bambini sotto i 10 anni di età. Nella maggior parte dei casi l’evoluzione della Sclerodermia localizzata è benigna e la malattia non causa invalidità, ma solo un danno estetico variabile in base alla localizzazione e alla estensione. Le lesioni cutanee, all’inizio pruriginose e arrossate, tendono nella maggior parte dei casi a divenire non più attive dopo un periodo medio di circa 3-5 anni. A causa dell’indurimento della cute, nelle lesioni localizzate agli arti si può verificare una difficoltà nei movimenti, mentre nelle forme generalizzate l’interessamento del torace può rendere difficoltosa la respirazione. In conclusione le indagini diagnostiche e la terapia farmacologica vanno personalizzata per ogni paziente in relazione alle manifestazioni cliniche e al danno d’organo. Redatto da: Dipartimento Medicina Clinica “Università la Sapienza di Roma” Osp.le Policlinico Umberto I° Centro di Riferimento Sclerosi Sistemica Diretto dalla Prof.ssa Simonetta Pisarri (immunologo)

Mattarella firma la legge Lorenzin.E ora manca solo la pubblicazione ella Gazzetta Ufficiale.

Roma, 16 gennaio – Sarà pubblicata con ogni probabilità oggi sulla Gazzetta Ufficiale la legge Lorenzin sulla sperimentazione clinica e il riordino delle professioni sanitarie, che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (nella foto) ha promulgato ieri con la sua firma.

Entra così in vigore, al termine di un percorso durato in pratica l’intera legislatura,  un testo normativo che con ogni probabilità farà ancora parlare molto di sé anche in futuro, soprattutto per le novità introdotte in materia di ordinamenti professionali.

Non è infatti un mistero che la legge, così come approvata, sia ritenuta inadeguata dalle federazioni professionali di medici, farmacisti e veterinari, che non la ritengono “lo strumento idoneo al rinnovamento delle professioni già ordinate e alla configurazione in Ordini di professioni sanitarie non ancora ordinate” e che, soprattutto, accusano il provvedimento di  non affrontare il cuore delle questioni, ma di intervenire su specifici punti del testo del 1946, introducendo “elementi innovativi sotto il profilo amministrativo e formale, senza entrare nel merito dei problemi reali delle professioni e del difficile equilibrio dei rapporti tra rappresentatività professionale e crescita delle competenze istituzionali” e dunque “senza proporre per gli Ordini un ruolo che sia effettivamente nuovo e moderno”  ma, anzi, incidendo negativamente sulla loro autonomia.

Le riserve di medici, farmacisti e veterinari sono riferite in particolare all’articolo della nuova legge dedicato agli organi delle federazioni ordinistiche nazionali, che peraltro affida l’attuazione delle disposizioni in esso contenute a uno o più regolamenti che il ministero della Salute dovrà adottare con un proprio decreto, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge (quindi entro il 15 luglio prossimo, se la legge venisse pubblicata oggi sulla GU), previa intesa in Conferenza Stato Regioni e previo parere delle Federazioni nazionali interessate  da esprimere entro trenta giorni dalla richiesta.

È proprio a questi regolamenti che viene demandata la disciplina di questioni cruciali: le norme sull’elezione degli organi, il regime delle incompatibilità, il limite dei mandati degli organi degli Ordini e delle relative Federazioni nazionali, i criteri e le modalità per lo scioglimento degli Ordini, la tenuta degli Albi, la riscossione ed erogazione dei contributi, le sanzioni, i procedimenti disciplinari e i ricorsi e (per le Federazioni con più Albi) l’istituzione delle assemblee dei presidenti di albo. Se ne occuperà, a questo punto, il governo che scaturirà dalle sempre più vicine elezioni del 4 marzo.

FONTE: ordinefarmacistiroma.it

Umbria. Oltre 1 milione di euro per gli studenti disabili

Le risorse, derivanti dalla ripartizione dell’apposito fondo nazionale, saranno ripartite tra i comuni sulla base del numero di alunni disabili. La Giunta regionale ha accolto la proposta dell’assessorato all’Istruzione per dare attuazione al decreto del presidente del Consiglio dei Ministri che ha ripartito il fondo nazionale tra le Regioni italiane.

16 GEN – Un milione e centoseimila euro ripartiti in circa 870 mila per la provincia di Perugia e 237 mila per quella di Terni: è questo il fondo a disposizione dell’Umbria per fronteggiare le spese relative all’assistenza per l’autonomia e la comunicazione personale degli alunni con disabilità fisiche o sensoriale.

La Giunta regionale ha accolto la proposta dell’assessorato all’Istruzione per dare attuazione al decreto del presidente del Consiglio dei Ministri che ha ripartito il fondo nazionale tra le Regioni italiane. Nello stesso atto approvato dalla Giunta sono stati indicati anche i criteri per il riparto dei fondi stanziati tra i Comuni umbri.

In considerazione del fatto che, nella tabella di riparto alle Regioni, la somma destinata alla Regione Umbria è determinata soltanto dal numero degli alunni disabili, limitatamente alle scuole secondarie superiori presenti in ciascuna provincia, le risorse attribuite all’ Umbria saranno ripartite tra i Comuni del territorio regionale in proporzione alla presenza degli alunni disabili. Per questa ragione sono già stati richiesti ai Comuni i dati relativi al numero degli alunni disabili residenti nel territorio comunale iscritti alla scuola secondaria di secondo grado nell’anno scolastico 2016/2017 per poter procedere all’assegnazione dei fondi a ciascun comune interessato.

fonte quotidianosanita.it

ricetta elettronica, conclusa la formazione del Ministero della salute

i è concluso il percorso formativo sul nuovo sistema informatizzato di tracciabilità dei medicinali veterinari, compresa la ricetta elettronica, avviato dalla Direzione generale della sanità animale e dei farmaci veterinari del Ministero e destinato ai veterinari delle ASL e ai liberi professionisti.

L’attività ha consentito di formare oltre 70 veterinari, alcuni dei quali designati dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Veterinari Italiani (FNOVI) che a loro volta andranno a costituire il pool di formatori per ciascuna Regione e Provincia Autonoma.

È ora in fase di definizione il Decreto ministeriale che definirà le modalità di utilizzo del sistema di tracciabilità, compresa la ricetta elettronica, che sarà accompagnato da manuali operativi e materiale interattivo sviluppati anche in collaborazione con le Associazioni di professionisti.

La fase di formazione prosegue ora sul territorio con la supervisione delle Regioni e dalle Province Autonome e con la collaborazione di FNOVI per favorire la massima diffusione delle esperienze. Il percorso si avvarrà anche delle risorse umane e finanziarie messe a disposizione dall’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (ANMVI) e Società Italiana Veterinaria per Animali da Reddito per la realizzazione di ulteriori momenti formativi.

fonte salute.gov.it

Tumori Rari – Cordoma, sviluppata nuova linea cellulare per lo studio di questo tumore

L’importante risultato è stato raggiunto in Italia, grazie al lavoro di Nerviano Medical Sciences e Fondazione IRCSS Istituto Nazionale dei Tumori

Le colture cellulari si possono paragonare ad un esploratore che per primo si inoltri in un territorio sconosciuto al fine di definirne i confini. I risultati degli esperimenti sulle colture cellulari, un po’ come i dati raccolti dall’esploratore, sono fondamentali per portare sulle carte la geografia di un mondo nuovo. E una delle ultime frontiere da esplorare è quella del cordoma, un raro tumore maligno a crescita lenta che rappresenta l’1-4% dei tumori dell’osso e che interessa, principalmente, le regioni della colonna vertebrale nella base cranica e nella zona sacrale.

Il cordoma è un tumore dell’osso costituito da cellule dal tipico aspetto “fisaliforo”, cioè ricche di bollicine all’interno, che derivano da residui di cellule fondamentali durante lo sviluppo embrionale”, spiega la dott.ssa Paola Magnaghi, responsabile del laboratorio di Biochimica presso il Nerviano Medical Sciences (NMS) di Nerviano (Milano). “Queste cellule rimangono normalmente quiescenti per la maggior parte della vita. Se a un certo punto tornano ad assumere caratteristiche embrionali, ricominciano a dividersi e danno origine al tumore”. Generalmente, gli uomini sono colpiti in maggior misura rispetto alle donne e, nella maggior parte dei casi, i cordomi interessano soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni, pur senza risparmiare adolescenti e bambini. “È una malattia estremamente invalidante che inizialmente causa una compressione del midollo spinale, dei nervi che da esso originano e dell’encefalo e, in fase avanzata, coinvolge anche gli organi interni”, continua Magnaghi. “La localizzazione del tumore in molti casi determina l’insorgenza di una sintomatologia specifica: ad esempio, i tumori che interessano la colonna vertebrale possono essere associati a forti dolori alla schiena, stanchezza e intorpidimento degli arti. Questo ha un impatto notevole sulla qualità di vita del paziente”.

La diagnosi può giungere solo attraverso la stretta collaborazione di oncologi, radiologi e chirurghiche mettano insieme l’osservazione clinica e l’ausilio di tecniche radiografiche o di imaging quali TAC e risonanza magnetica. Tuttavia, il cordoma possiede caratteristiche distintive che possono essere utilizzate come biomarcatori specificamente espressi dalla malattia. “Questo tipo di tumore tende a esprimere un fattore di trascrizione molto particolare che gioca un ruolo importante per lo sviluppo embrionale”, spiega ancora Magnaghi. “Si tratta di brachyury, una proteina chiave per lo sviluppo dell’asse antero-posteriore dell’embrione, il quale, senza brachyury non potrebbe mai assumere le caratteristiche di un individuo. La specifica espressione di brachyury in relazione al cordoma ne ha fatto un marcatore utile in fase diagnostica e un essenziale tassello di caratterizzazione delle poche linee cellulari esistenti per questo tumore”. L’espressione di brachyury, insieme a quelle di vimentina, di CD24v, dell’antigene epiteliale di membrana (EMA) e delle citocheratine 19 e CAM5.2, completa il quadro istologico di un tumore di cui si hanno ancora poche informazioni e per il quale manca una terapia specifica. “I pazienti con diagnosi di cordoma vengono trattati con terapia chirurgica adiuvata da radioterapia ad alte dosi”, aggiunge Magnaghi. “Purtroppo non esiste, ad oggi, un trattamento medico approvato che sia veramente efficace per i pazienti che non possono essere trattati con chirurgia e/o radioterapia”.

Uno dei limiti nella ricerca su questo tumore raro – prosegue l’esperta – è che esistono pochi modelli a livello preclinico che ci consentano di approfondirne lo studio. Tipicamente, in oncologia si sviluppano e si testano le attività dei farmaci studiando le linee cellulari ottenute da un particolare tipo di tumore. Quando abbiamo iniziato lo studio dei cordomi esistevano solo una o due linee cellulari, e questo ha reso molto difficile studiarne il comportamento a livello preclinico”. Tuttavia, dopo anni di duro lavoro, le ricercatrici del Nerviano Medical Sciences, in collaborazione con un team di scienziati della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano, sono riuscite nell’impresa di stabilizzare una nuova linea cellulare di cordoma (Chor-IN-1). A partire da un frammento chirurgico ottenuto da un paziente di 55 anni affetto da cordoma sacrale e messo a disposizione dai colleghi dell’Istituto Nazionale Tumori, è stato possibile coltivare in vitro le cellule tumorali fino a stabilizzarle ed ottenere una linea cellulare del tumore. L’impresa, descritta nel dettaglio in un articolo apparso sulla rivista Scientific Reports, è stata ardua perché le cellule di cordoma crescono molto lentamente sia in vitro che in vivo, tanto che possono trascorrere anni prima che il tumore possa essere diagnosticato.

Nella prima fase del lavoro abbiamo stabilizzato la linea cellulare attraverso un percorso costituito da più di 50 passaggi di crescita in vitro, durato quasi un anno proprio perché si trattava di cellule a crescita lenta”, precisa Roberta Bosotti, responsabile dei laboratori di Genomica e di Next Generation Sequencing (NGS) del Nerviano Medical Sciences. “Grazie alle nuove tecnologie di NGS, che ci permettono di analizzare a livello di DNA e RNA le linee cellulari, siamo riusciti a caratterizzare questa nuova linea e l’abbiamo confrontata con le altre poche linee cellulari disponibili (U-CH1, U-CH2, MUG-Chor1 e JHC7), ottenute tramite la Chordoma Foundation, ovvero l’associazione dei pazienti affetti da cordoma. Abbiamo verificato in maniera estensiva l’eventuale presenza di alterazioni specifiche nel genoma, quali mutazioni, variazioni del numero di copie dei geni o grossi riarrangiamenti cromosomici. Questo passaggio è stato eseguito sia con tecnologia NGS applicata al DNA che con il più classico CGH-array, ottenendo risposte molto precise e concordanti”.

In questo modo, è stato possibile osservare che le linee cellulari di cordoma, come già riportato per i campioni clinici, sono caratterizzate non tanto da un alto tasso di mutazioni puntiformi ma da grossi riarrangiamenti cromosomici. “I cordomi presentano sia riarrangiamenti cromosomici presenti in zone fisse di tutte le linee, sia riarrangiamenti che variano notevolmente da linea a linea”, prosegue Bosotti. “Abbiamo anche analizzato l’RNA di queste linee e l’espressione genica corrispondente, e ci siamo focalizzati sulle protein-chinasi, quali EGFR, PDGFR-Beta e c-MET, particolari proteine molto adatte allo sviluppo di farmaci mirati. Le chinasi, infatti, sono generalmente espresse in modo paragonabile nelle diverse linee di cordoma, anche se alcune di esse presentano un profilo di espressione peculiare e molto diverso tra le linee”.

Essere state in grado di studiare a fondo una nuova linea cellulare ha permesso alle ricercatrici del Nerviano Medical Sciences di tagliare un importante traguardo nella ricerca di una cura al cordoma: occorre, infatti, trovare nuovi e diversi modelli cellulari su cui testare i farmaci e valutarne l’efficacia. “L’attività svolta in collaborazione con l’IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori, in particolare con la dott.ssa Silvia Stacchiotti della U.O.C. dedicata ai tumori mesenchimali dell’adulto e ai tumori rari, ha condotto a uno scambio molto importante di conoscenze”, precisa la dott.ssa Antonella Isacchi, Direttrice e responsabile del Dipartimento di Biotecnologie nonché coordinatrice della piattaforma chinasica di Nerviano Medical Sciences. “È stata la base per andare oltre la prima fase di caratterizzazione del tumore e cercare nuovi approcci farmacologici. Al momento stiamo studiando le librerie di composti chimici focalizzate sulle chinasi, per identificare farmaci già in uso clinico in diversi contesti tumorali che possano risultare efficaci anche nel trattamento dei cordomi”.

Ad oggi, la terapia del cordoma si basa su un adeguato approccio chirurgico e radioterapico, da effettuarsi dopo valutazione multidisciplinare presso centri con esperienza nel trattamento di questa malattia. Se la rimozione chirurgica è completa si possono evitare le recidive. Invece, se la chirurgia e/o la radioterapia non sono adeguate il paziente rischia di incorrere, anche dopo molti anni, in recidive locali difficili da trattare e che tendono a metastatizzare in varie parti del corpo, come i polmoni, lo scheletro e il fegato, divenendo così difficilmente guaribili. Soprattutto per questi pazienti sono necessari nuovi farmaci. Per tale ragione è fondamentale puntare sullo studio di nuove linee cellulari su cui testare farmaci a bersaglio molecolare e, più in generale, su nuove terapie che colpiscano in maniera precisa ed efficace il cordoma, aprendo la strada a future possibilità di cura per i pazienti.

FONTE: ossevatorimalattierare.it